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“Così insegno alle donne come farsi rispettare e come difendersi”

Andrea Citarelli, 41 anni di Alatri – “E’ opinione consolidata che la donna, per evitare la peggio in uno scontro fisico con un uomo, può solo sperare di evitarlo e prepararsi ad avere la peggio qualora divenisse inevitabile. Non è così”, dice Andrea Citarelli, originario di Torino ma alatrense a tutti gli effetti. Lui insegna alle donne come difendersi.
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“Ci sono programmi che permetto alle donne di apprendere quali sono i giusti comportamenti per evitare guai, e che insegnano loro anche cosa fare per tirarsene via durante uno scontro fisico”. Il maestro di arti marziali, però, una cosa la intende subito chiarire. “Non esiste il confronto fisico paritario tra uomo e donna. Il maschio ha una attitudine alla lotto e una forza che una donna non può eguagliare men che mai se non preparata a gestire il momento dell’aggressione che è caratterizzato da una forte condizione di stress”.
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L’argomento, ovviamente, è di grandissima attualità. Il femminicidio è un fenomeno che sembra essere inarrestabile ma rappresenta solamente la punta dell’iceberg che nasconde un numero centuplicato di aggressioni a donne che, per fortuna, non tutte finiscono con l’omicidio ma che lasciano gravi traumi.
Qualcosa quindi va fatto o quantomeno tentato e il maestro Citarelli ha la sua ricetta.
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Forte di un’esperienza ventennale nell’insegnamento delle arti marziali, ha una scuola a Frosinone, Programmi di Sicurezza Personale – Scudo (www.pspscudo.it). “Dal 2006 sto seguendo un programma nato nel 1998 a Milano ideato dal Maestro Bonomelli, programma che si chiama ‘Difesa Donna’. Fa riferimento a programmi americani nati nel anni settanta, e rimodula il concetto di insegnare l’autodifesa alle donne rispetto ai metodi tradizionali. Un concetto nuovo che alla tecnica, doveva essere preferita la strategia e la preparazione ad affrontare anche lo stress emotivo di un’aggressione che avvenga sia tra le mura domestiche che per strada per arrivare anche a scoprire risorse fisiche e mentali per uscire indenni da uno scontro fisico. E’ a questo concetto che si rifà il nostro programma di insegnamento ed è questo che insegniamo alle nostre allieve”.
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Infatti molto del lavoro svolto da Citarelli, è di tipo psicologico e culturale. Un lavoro che punta a far prendere coscienza alle allieve delle loro reali potenzialità stando ben attenti a che non si oltrepassi la sopravvalutazione, ma anche un aspetto che si porta dietro i vincolo culturali di un tempo. “Insegniamo anche a riconoscere il gesto di violenza e soprattutto, l’importanza di valutare la gravità di quel gesto, non di chi lo compie. Se una donna prende uno schiaffo per strada da uno sconosciuto, questa sicuramente reagisce e poi lo denuncia. La stessa cosa deve accadere nel caso in cui lo schiaffo viene dato tra le mura domestiche, magari dal marito”. Ed infatti i dati statistici elencati dal Maestro che ha lungamente studiato il fenomeno delle violenze sulle donne, illustrano come solo il 7% delle aggressioni avvengono ad opera di estranei, il restante 93% avvengono invece in ambienti abituali, tra le mura domestiche o sui luoghi di lavoro, comunque ad opera di persone conosciute.
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“Il programma lavora su tre fasi, la prevenzione, difesa verbale e difesa fisica. Ai primi livelli facciamo in modo di insegnare alle donne a riconoscere il segnala di pericolo sia in un contesto familiare, sia in luoghi pubblici. I primi segnali di pericolo, i tutti i casi, sono le mancanze di rispetto che possono inizio alla escalation di violenza fino alle aggressioni fisiche. Si passa poi alle distanze di sicurezza che hanno un grosso valore nella vita sociale. Dal datore di lavoro fino al confronto con un personaggio importante, a chiunque altro, la distanza personale di un braccio introno a noi è fondamentale, serve a delimitare un perimetro all’interno del quale siamo solo noi a dover decidere chi far entrare. Una distanza di sicurezza che si estende a due braccia nel caso di estranei o anche nei confronti di persone a noi vicine ma con cui si sta discutendo animatamente. Questo è, però, un aspetto trasversale che vale anche per gli uomini. Poi si arriva alla difesa verbale e anche in questo aspetto si cura il linguaggio del corpo e il segnali che diamo all’esterno e quelli che ci arrivano dagli altri.
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Questo aspetto influisce nella comunicazione per il 93%. Spesso ci curiamo di ciò che diciamo ma non di come lo diciamo. Le movenze delle mani, degli occhi, l’accento, il timbro, le smorfie, condizionano il messaggio e magari un no viene recepito come un forse. Non basta voler dire una cosa bisogna esser certi che l’interlocutore l’abbia recepita nella giusta maniera. La difesa verbale, infatti si basa su messaggi chiari, risoluti. Se qualcuno offre un passaggio ad una donna e lei rifiuta in maniera categorica, con un secco “no grazie”, e lui insiste, vuol dire che le sue intenzioni potrebbero andare ben oltre il normale senso del buon samaritano”.
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All’interno della palestra si inscenano aggressioni di vario genere. Una commessa che esce di notte dal supermercato per raggiungere la sua auto al buio, non prenderà le chiavi quando è arrivata vicino alla macchina, uscirà dal supermercato con le chiavi già in mano e si guarderà intorno per capire se ci sono presenze sospette. Alcune dicono che dopo il primo mese di lezioni si sentono paranoiche, ma è un po’ come portare la macchina. Alle prime guide ci si sente impacciati tra le tante regole che poi diventano naturali da seguire”.
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Ad un certo punto, però, ci si può trovare spalle al muro e a quel punto? “Quando capiamo che non è possibile evitare lo scontro fisico, bisogna tentare il tutto per tutto ottimizzando ogni risorsa, seguendo tre regole: colpire per primo, colpire più forte che si può, colpire più volte che si può. Insegno alle donne a colpire nella maniera più efficace possibile con il palmo, il gomito, le ginocchia sia da piedi che da terra. Sono colpi “rubati” a ogni tipologia di arti marziali. Piccole combinazioni di colpi molti semplici e diretti alla portata di tutti. Questo non per vincere il combattimento, ma per sopravvivenza, i colpi ben assestati servono a prende tempo per la fuga, allontanarmi dal pericolo prima che passi l’effetto sorpreso di quel malintenzionato confuso da una reazione che non si aspettava”.

Ermanno Amedei

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