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“Vi racconto chi erano veramente le brigantesse”

Maria Scerrato, 53 anni di Alatri – Altro che ninfe dei boschi o donne lascive, le brigantesse erano vere e proprie combattenti e talvolta comandavano la banda. Il periodo storico è quello post unitario da tempo al centro di rivisitazioni storiche, in particolar modo, sul fenomeno del brigantaggio.

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Maria Scerrato, professoressa di inglese al liceo Scientifico di Alatri, ha una particolare passione che coltiva, in verità, come fosse una missione, quella di far scoprire il vero ruolo delle donne in quel fenomeno che molti reputano essere la resistenza all’occupazione Piemontese. Lei stessa si sente un po’ brigantessa. “Certamente – dice – sono state il simbolo di tenacia, coraggio, fierezza, ribellione ed emancipazione femminile. Sono diversi i ruoli della donna nel fenomeno del brigantaggio e non sono solamente quelli più noti delle fiancheggiatrici o semplici simpatizzanti. Molte di esse si sono rese protagoniste nella lotta armata contro l’esercito piemontese o quello Pontificio. Solamente il capo, o alcuni suoi luogotenenti, potevano avere il privilegio di portare la propria donna sui monti dandole così il ‘grado’ di Brigantessa. Gli altri lasciavano mogli, compagne e amanti nei villaggi”.

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La passione della Scerrato per le brigantesse l’ha spinta a scrivere un libro di recente pubblicazione, “Fiori di ginestra” e il sottotitolo spiega che tratta di “Donne briganti lungo la Frontiera 1864-1868” e in quel libro si racconta anche come si diventava brigantesse.

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“Ogni brigantessa era stata prima una simpatizzante, poi una fiancheggiatrice portando in montagna alimenti, poi anche una delatrice, una spia, una vedetta che aiutava a controllare il territorio. Il capo, poi, la sceglieva non solo per la bellezza, ma anche per le doti fisiche e caratteriali quale resistenza a freddo e agli sforzi necessaria per vivere in montagna, ma soprattutto per coraggio e fedeltà. Lei custodiva il segreto più prezioso del capo: conosceva il luogo in cui era nascosto il tesoro, cioè la somma dei bottini depredati nel corso di attacchi a viandanti o mercanti e che serviva a finanziare la banda. La donna del capo, però, doveva essere anche intelligente. Lui si confrontava proprio con lei per decidere una strategia. Capitava spesso che, quando il capo si allontanava dalla banda, o addirittura veniva arrestato, era proprio lei a guidare il gruppo fino al suo ritorno o allo smembramento stesso della banda”.

Michelina_Di_CesareDi brigantesse più o meno famose ce ne sono diverse e tutte hanno una storia affascinate raccontata nel libro. La più conosciuta delle brigantesse, perché è stata la più fotografata, è Michelina Di Cesare, compagna di Francesco Guerra, ex sergente dell’Esercito Borbonico, che operava nell’attuale Sorano. “Sembra che Michelina volesse utilizzare la fotografia come propaganda per incentivare gli arruolamenti e rivalutare l’immagine dei briganti. Lei, molto bella, si fece fotografare più volte contrastando l’immagine comune delle brigantesse, viste sostanzialmente come lascive, sanguinarie e primitive quando, in realtà, erano si donne dure, ma spesso sposate e madri. Donne capaci anche di comandare uomini; una vera rivoluzione culturale per quel periodo in cui la si vedeva completamente assoggettata al sesso forte”.

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Difficile dire quante realmente furono le brigantesse anche perché non c’è neanche un riscontro oggettivo su quanti fossero i briganti maschi. “Le brigantesse in armi accertate, cioè quelle che hanno riportato una condanna, sembrano essere un centinaio, ma le ricerche sono ancora in corso dato che i documenti erano secretati fino al 2011”. Anche il rapporto tra la donna e la giustizia dell’epoca è affascinate. “Se un uomo veniva sorpreso a portare del formaggio ai briganti, rischiava anche 14 anni di carcere. Se si arrestava una donna che faceva parte della banda e addirittura aveva sparato ai soldati, se la cavava con poco se non addirittura scarcerata se dichiarava di essere stata rapita dai briganti e costretta a fare ciò che aveva fatto. Questo perché – secondo la Scerrato – per il sistema giudiziario italiano dell’epoca, la donna non era capace di autodeterminarsi”.

scerrato3 fvErano svariati i motivi che indirizzavano le donne a quella scelta di vita dura e senza via d’uscita. “Spesso era l’amore a spingerle su quelle montagne. L’amore aveva certamente spinto la 15enne Maria Capitanio nella banda Giacomo Ciccone al fianco del suo uomo, Antonio Luongo, tra i capi del gruppo. Lei era figlia di un agricoltore facoltoso, non aveva necessità economiche, ma seguì il suo destino sui monti e dopo tre anni di attività brigantesca, la banda venne individuata dall’esercito su Monte Cavallo nell’attuale Alto casertano. Nello scontro a fuoco, Luongo venne ucciso. Lei, arrestata, venne portata in carcere ad Isernia. Il padre, secondo fatti in parte riscontrati, in parte no, avrebbe pagato mille 500 lire corrompendo giudici e faccendieri, ottenendone la liberazione della figlia che, poco prima di essere scarcerata, inghiottì del vetro morendo tra atroci sofferenze”.

scerrato2 fvIn quel libro, la professoressa di Alatri, da ampio spazio alla figura di Maria Tersa Roselli Monilinari, un’ottima cecchina. Sparava e uccideva meglio di un uomo ma era anche madre di cinque figli. Moglie del brigante, Giuseppe Molinari, rimase vedova quando il marito venne arrestato e giustiziato a Frosinone. “Ha cercato sostentamento lavorando in una cava con la figlia più grande, ma la paga era la metà di quella degli uomini, quindi, di notte era costretta a darsi al brigantaggio. Diventa l’amante di Giorgio Il Calabrese della banda di Luigiotto Cima di Fondi. A Ceprano vengono arrestati entrambi nel 1864 e trasferiti in treno a Roma. Durante il viaggio lei, che non aveva manette in quanto donna, approfittò di un rallentamento del convoglio per gettarsi dal vagone e scappare. La sua prima preoccupazione è stata quella di trovare ai figli una sistemazione sicura in alcuni conventi della zona i cui monaci mal digerivano i piemontesi e, per questo, aiutavano i briganti. Poi raggiunse l’accampamento dei suoi compagni poco prima dell’arrivo dei soldati. Altro scontro a fuoco durante il quale uccise due militari. A quel punto, pur sapendo che se l’avessero presa le avrebbero dato fatto il carcere avita, si consegnò in cambio di rassicurazioni che non vi sarebbero state rappresaglie sui figli”.
Ermanno Amedei
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