Norma Saladino

«Ho vinto il cancro grazie all’ottimismo e alla presenza di mia sorella scomparsa anni fa»

Norma Saladino, 39 anni di Lamezia Terme – Conobbi Norma molti anni fa quando, per contribuire agli studi, lavoravo come commessa in un negozio di abbigliamento in via del Corso a Roma. A quel tempo, con il negozio sempre affollatissimo, non c’era mai modo di scambiare qualche parola; al limite, era capitato di consumare assieme un panino sedute per terra in un piccolo magazzino in cima alla scala, ma in quelle rare occasioni si preferiva restare in silenzio per sperare di far riposare un po’ la mente.

Quello che, però, di lei rimane impresso è il sorriso, sempre così vitale e raggiante, e che ho ritrovato non molto tempo fa davanti a un caffè. «Sono successe davvero tante cose in tutti questi anni…», mi aveva detto quel giorno in cui, finalmente, di tempo per parlare ne avevamo.

Lei, di origini calabresi, di Lamezia Terme per la precisione, nel 2000 era venuta a Roma per superare una delusione amorosa. E il 4 luglio, giorno in cui ricorreva l’anniversario della scomparsa di sua sorella Angelica, incontrò Giuliano in un negozio in via dei Condotti. Una favolosa coincidenza, che a lei piace interpretare come un regalo da chi, pur non essendoci più fisicamente, non ha mai smesso di restarle accanto.

Dopodiché Norma ripartì e continuò a sentire Giulio solo telefonicamente, fino a quando a settembre lei decise di tornare a Roma per un’altra settimana e, capendo che tra loro qualcosa di forte stava nascendo, decise di cambiare vita e di trasferirsi definitivamente nella città Eterna. È l’8 novembre, giorno del compleanno di Giuliano.

A quel punto, Norma trova lavoro proprio nel negozio in cui, poi, io e lei ci saremmo incontrate di lì a breve, e trascorre ancora qualche anno prima che finalmente i due decidano di comprare casa e andare a vivere assieme. Siamo nel 2003. Per qualche tempo le cose scorrono normalmente, tra i soliti alti e bassi che tutti abbiamo attraversato per via delle intemperanze di quell’età, finché Norma nel 2006 inizia a manifestare i primi sintomi di un problema di salute.

A dire il vero, inizialmente li prende un po’ alla leggera; sì, aveva dei fastidi, ma pensava a qualcosa che si sarebbe risolta da sola, prima o poi. Ma certi disturbi alla mandibola si andavano facendo sempre più insistenti, e i medici pensarono di intervenire inserendo un byte che avrebbe aiutato la bocca a recuperare un equilibrio, ritenendo che la causa fosse da attribuire a una cattiva occlusione.

Invece, a distanza di tre mesi i dolori andavano sempre più peggiorando, tanto da costringere Norma a sottoporsi a visita specialistica in un ospedale di eccellenza dove, dopo esami diagnostici più approfonditi, arriva la diagnosi come un fulmine a ciel sereno a squarciare il turgore della sua spensierata giovinezza: un tumore, un rabdomiosarcoma embrionale, infratemporomandibolare, sotto lo zigomo, per intenderci.

Norma ricorda ancora bene la pacatezza e la precisione con cui l’oncologo le aveva spiegato da cosa fosse affetta e a cosa sarebbe andata incontro. Quello, per lei, è stato un momento di grande tenerezza. Sì, ha usato proprio questo termine, nel descrivermelo: tenerezza. E tuttora, la stima nei confronti di quel dottore e del garbo non comune con cui ha saputo accompagnarla in quel difficile percorso è più che tangibile.

«Non hai una semplice febbre – le aveva detto il medico – ma è qualcosa che dobbiamo combattere con forza e con grinta». Norma non era pronta a nulla di tutto ciò che lui le stava descrivendo; nel fiore dei suoi migliori anni, non era pronta a sentirsi spogliata della sua energia, non avrebbe mai voluto perdere i suoi capelli di un meraviglioso color rosso castagno, non aveva messo in conto di doversi confrontare con la paura.

Una paura che aveva incominciato a farsi strada dentro, e che la sorprendeva in incubi notturni e nei deliri a occhi aperti in cui ormai si perdeva durante il giorno. Eppure, il male quando arriva non lascia scampo, non dà alternative, non ti chiede il permesso. E allora toccava affrontarlo. Per se stessa e per quegli occhi di cerbiatto del suo uomo, che sembravano implorarle di non abbandonarlo, e che senza di lei non avrebbe saputo come andare avanti.

Nutrita di tanto amore e riscoperta dentro di sé una grinta che forse non immaginava neppure di avere, Norma ha dovuto affrontare ben cinque cicli di chemioterapia. E la perdita di tutti i suoi capelli, che ogni volta che se ne ritrovava grandi ciocche tra le mani erano come un pugno nello stomaco. Al punto di non riuscire più neppure a guardarsi allo specchio, perché ormai quella che ci vedeva riflessa dentro le apparteneva sempre meno.

Unico conforto era il giardino sotto la sua stanza, dove lo sguardo se ne andava continuamente a cercare la vita che continuava a scorrere là fuori al di là della finestra, a dispetto della sua che invece pareva essersi fermata.

Quella finestra, con il passare dei giorni, diventò come una via di fuga, come una strana fonte di speranza e di vitalità, come una liana a cui aggrapparsi e volare via. Ricorda i pappagallini verdi, Norma; ricorda di averli visti da lì per la prima volta a Roma, e tuttora quel ricordo le è rimasto nitido e la riporta in quella camera di ospedale in cui aveva avuto costantemente la sensazione che la vita e tutta la sua bellezza le venisse sfilata via dalle mani e lei, con forza, vi si doveva aggrappare per trattenerla a sé.

Eppure, confessa di aver percepito chiaramente che non era ancora giunto il suo momento, che in qualche modo ce l’avrebbe fatta. E alla domanda su cosa, a parer suo, l’abbia aiutata a sconfiggere il male, c’era innanzitutto un forte ottimismo, suo e delle persone che aveva attorno; e poi la sensazione che sua sorella le fosse vicina, più vicina del solito.

Infatti, lei ravvede la conferma a quella sua percezione in una strana coincidenza di cui sarebbe venuta a conoscenza solo dopo essere guarita: proprio nei giorni più critici della sua malattia, nel punto in cui sua sorella Angelica molti anni prima era stata investita, si sentiva il pianto di una bambina, incessantemente, ed è continuato fino al momento in cui Norma è guarita.

Sono stata imprecisa: non erano state due ma tre le risorse che l’avevano aiutata a vincere il male, e la terza – non necessariamente in ordine di importanza – era il profondo amore di Giuliano, che in tutto quel calvario, non aveva mai smesso di starle accanto e di accudirla e di farle capire che per lui non era importante se e come lei avesse i capelli o se avesse o no una buona cera. Per lui contava solo poter sentire ancora la sua voce chiamare il suo nome, le sue mani cercare e trovare il calore di quelle di lei, avere argomenti di cui discutere e guardare assieme un film, e poi fare l’amore e poi andare in Vespa con i caschi sciolti in giro per le strade di Roma, a sentire il vento sulla faccia e a ridere per la gioia di essere rinati. Questa volta assieme.

In realtà, il travaglio fu ancora lungo, perché dopo aver concluso i cicli di chemioterapia, Norma fu pronta per l’intervento chirurgico, durante il quale le venne asportata la massa tumorale, e assieme a questa parte della mandibola.

Eppure, non appena è parso evidente che il peggio fosse passato, Norma e Giuliano si sono sposati, per coronare una storia d’amore che senza quel tunnel di dolore e di coraggio forse oggi non sarebbe la stessa.

E dopo pochi mesi è nata una deliziosa creatura, a cui è stato dato il nome di Angelica, in ricordo della zia scomparsa, strappata drammaticamente all’amore dei suo cari, ma che aveva tentato di dimostrare, attraverso quella che a tutti – meno che a Norma – poteva sembrare solo una banale coincidenza, che l’amore supera le barriere spazio-temporali e che chi ci ama sa come farcelo sapere.

Auguri a Norma, a Giuliano e alla piccola Angelica. E auguri a quanti, ogni giorno, si ritrovano a dover affrontare un male che si è insinuato dentro senza chiederne il permesso. Siate forti più che potete!

Palma Lavecchia

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