gianluca fuoco

“Sono discendente di un patriota del Regno Borbonico non di un brigante”

Gianluca Fuoco, 48 anni di Cervaro (Fr) – “Non posso dire con certezza cosa avrebbe pensato di questo Paese il mio antenato Domenico Fuoco, certamente però, non si sarebbe pentito delle sue scelte e di aver sfoderato la spada per rispettare un giuramento fatto”.

A parlare è Gianluca Fuoco, discendente di quello che la storia ufficiale indica come uno dei più efferati e sanguinari briganti che operavano nel centro Italia nel periodo post unitario. “Difficile definire Domenico con i canoni di oggi – dichiara il suo Gianluca – Certo è che era un uomo deciso e capace di efferatezze, ma giudicare ciò che ha fatto senza considerare il contesto sociale e politico dell’epoca è ingiusto e scorretto. Per la storia è un brigante, un delinquente che depredava per suoi tornaconti personali; ma si sà che la storia la scrivono i vincitori, cioè chi lo ha sopraffatto e ha avuto l’interesse a farlo passare per un volgare ladro e assassino. Sempre più ricercatori, però, si convincono che il fenomeno del brigantaggio, e quindi l’attività svolta da Domenico Fuoco fosse, in realtà, patriottismo guidata da una linea di comando che dalla Spagna, passando per Roma, arrivava fin sopra le montagne del centro Italia per organizzare una resistenza all’invasione che i Piemontesi compirono nel sud Italia a spese del Regno Borbone”.

Gianluca durante il percorso1

Su una cosa, però, storici e revisionisti sono d’accordo: Domenico Fuoco era un fedele ed orgoglioso suddito del Re Borbone e valoroso militare dell’esercito borbonico. Nacque nel 1837 a  San Pietro Infine, un paesino della provincia di Caserta, allora ex Regno Delle Due Sicilie, che confina con la Provincia di Frosinone di cui buona parte era Stato Pontificio. San Pietro Infine, Cervaro (dove abita Gianluca), San Vittore del Lazio, sono comunità che mantengono saldi i legami con quel periodo storico con i cognomi di attuali abitanti: Fuoco, Ventre, Bucci rievocano personaggi passati alle cronache storiche come briganti sanguinari.

Briganti e brigantesse durantre una rievocazione

“Domenico – racconta Gianluca – rivestiva il grado di sergente nell’esercito Borbonico. Era fiero di appartenervi e, dopo la disfatta ad opera dell’esercito Piemontese, si rifugiò a San Pietro Infine divenuto Regno d’Italia. In paese molti erano saliti sul carro dei vincitori e presero di mira Domenico che, invece, fedele al giuramento fatto ai Borbone, si rifiutò di indossare lo stesso grado militare nell’esercito piemontese che glielo offriva. Preferì lavorare come spaccapietre in una cava e conservare gelosamente la sua divisa. Il momento cruciale della sua vita fu legato al furto della sua sciabola”. Domenico Fuoco trovò il ladro e lo uccise sterminando tutta la sua famiglia. “Divenne così il Brigante più temuto e ricercato dai Piemontesi. La sua banda, nel periodo di maggior importanza contava oltre 150 solidali e operava tra le Mainarde e i monti del Matese”. Diversamente da altri briganti era schivo e rifiutava di farsi fotografare proprio per non agevolare i tanti che erano a caccia della sua taglia. “Sulla sua testa pendevano ben 12mila lire di taglia una cifra enorme per quell’epoca, proprio perché i piemontesi lo consideravano la vera bestia nera”. La gente, invece, imparò ad apprezzarlo. “Era generoso nel lasciare offerte alle comunità che lo ospitavano. Ci sono aneddoti interessanti, come ad esempio la sua abitudine di sparare una schioppettata alla campana della chiesa per annunciarsi ogni volta che entrava in un paese.  Ad Acquafondata , dopo il rituale, i cittadini si rifugiarono nelle loro case e i briganti stazionarono tutta la notte in paese senza dare fastidio a nessuno. La mattina il prete trovò una ricca offerta nella cassetta della questua”.

Cavalieri sui monti

Domenico non aveva figli riconosciuti, ma aveva fratelli e sorelle e Gianluca, da sue ricerche ancora non completamente concluse, sostiene di essere discendente proprio di uno di loro. Dell’antenato conserva la passione per la vita all’aperto e il piacere dello scorazzare per i monti del Matese e delle Mainarde ma senza schioppo, solamente in sella di cavallo. “Organizzo ormai da tre anni, insieme ad Alberto Viselli e a mio figlio Nicholas di 17 anni, ogni ultima domenica di giugno, ‘Sulle orme dei briganti’ un percorso a cavallo di circa 100 chilometri percorsi in quattro giorni  su sentieri e sterrati in quei luoghi che Domenico e i suoi solidali avevano scelto per i loro nascondigli e dove allestivano gli accampamenti. Quest’anno abbiamo avuto al seguito anche una troupe della Rai. In ogni edizione facciamo tappa anche in quella grotta dove il suo ‘compare’ Bucci lo tradì, drogandolo e uccidendolo per incassare la taglia. Ormai la sua forza era al lumicino. La banda ormai era sciolta e comunque sarebbe stato preso”. Nel 1870, con Domenico Fuoco, finisce l’epoca dei briganti. Ormai era rimasto solo con due fedeli luogotenenti, Ventre e Caronte morti anche loro nella congiura. I loro corpi vennero mutilati ed esposti nelle piazze dei paesi in cui erano più famosi anche per via della offerte lasciate in beneficenza .

Gianluca durante il percorso

Grazie all’iniziativa di Gianluca, da quelle montagne un altro Fuoco torna a fare beneficenza. “Tutto quanto raccogliamo con la manifestazione, lo usiamo per sostenere due case famiglie a Cassino; si tratta di strutture che si occupano di minori allontanati dai genitori”.

Ermanno Amedei

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Un pensiero su ““Sono discendente di un patriota del Regno Borbonico non di un brigante”

  1. Ennesima conferma che l’unità d’Italia si è formata sull’aggressione e sulla violenza. Il massacro di Pontelandolfo è solo un esempio; senza dimenticare i deportati alla fortezza di Fenestrelle.

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